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OMAGGIO AD UN AMICO CHE CI HA LASCIATO ARTURO DELLA TORRE
IN UN RITRATTO DI SOLARI |
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| DAL SODALIZIO CON IL DIRETTORE DEL "BROLETTO"ARTURO DELLA TORRE (INIZIATO NEL 1984/85) SONO NATE DIVERSE IDEE ED INIZIATIVE ESPOSITIVE DI SUCCESSO: "MANZONI, IL DOSSI E GLI SCAPIGLIATI"; "COMASCO CHI SEI?" ; "IL CIELO IN MANO"; "I LUOGHI DELL'ARTUSI" E "LA SETTIMANA GASTRONOMICA ARTUSIANA COMASCA". Numerosi sono stati i suoi scritti ed articoli apparsi sullo stesso Broletto o sulla Provincia. | |
| LA "TAVOLA DELLO SMERALDO" ovvero la mappa
dell'efficienza di un erasmiano PRESENTAZIONE ALLA MOSTRA DI SOLARI alla Galleria Mauri di Mariano (1988) A prima vista per chi non conosce bene Ernesto Solari sembra difficile intravvedere
sotto quellaria di professorino impegnato, con quei baffetti che
compaiono e scompaiono e con quel civettuolo cappello alla Geiar, liniziatico
cultore del mondo cabalistico e misteriosofico, che pervade ormai da tempo la sua
complessa ricerca artistica e filosofica. Eppure tutto il più recente discorso pittorico
di Ernesto, così mosso e dinamico, rimane profondamente permeato, addirittura
a livello inconscio, partendo fin dai primi segni infantili, da una sorta di
predestinazione metapsichica, che contraddistingue intimamente e occultamente, ogni fase
del suo lavoro creativo. Ho usato appositamente il termine lavoro,
perché Solari non disgiunge mai la sua originale interpretazione personale di alcuni
testi canonici dellEsoterismo magico e psicanalitico (in particolare di Carl Gustav
Jung) da una complementare ed infaticabile attività di promozione di idee ed
opere personali, sempre effettuata con una efficiente conduzione di stile
manageriale. Io, che ho lavorato con lui nellallestimento della mostra su il
Dossi e gli amici Scapigliati nel 1985, posso davvero testimoniare le invidiabili
capacità organizzative del Solari operatore culturale il quale, mentre incontra Sponsor
ed Assessori vari, trova anche il tempo per studiare i Grandi Numeri dellAlchimia
Rinascimentale e dare poi, chiuso nel suo studiolo, concretezza rappresentativa ai suoi
simbolici ideogrammi. Daltronde questa doppia identità di artista-manager risulta
un po la caratteristica eminente di questo personaggio, che ha saputo organizzare
happening di successo come quello su Leonardo, dal titolo Creatività e
didattica nel 1984 oppure mostre che hanno ottenuto un grosso riscontro di pubblico
come quella dedicata lanno scorso al duo Ligabue-Mazzacurati. Ed infine, nel segno
di un perenne attivismo, meritano di essere segnalate anche certe erasmiane performances
didattiche che hanno visto coinvolte, nellintento di una auspicata
interdisciplinarietà, le diverse componenti del pianeta scolastico, in cui lui
felicemente opera. Ma torniamo allaltra immagine del Doppio e cioè al
caleidoscopico tentativo del Solari di incasellare armonicamente la sua storia di artista
suddivisa in tre fasi essenziali di sviluppo, che supera così lingenua prosopopea
autobiografica di Tra realtà e fantasia. Decisiva e indispensabile come una
bussola diventa quindi la lettura della Tavola dello Smeraldo, che riflette
emblematicamente, come in un trattato di Eraclito, la vita dei quattro elementi cosmici e
cioè rispettivamente la Terra, lAcqua, il Fuoco e lAria. E ci stupisce che
limpatto di Ernesto con una città tradizionalmente fredda come Como
abbia coinciso proprio con il suo periodo del Fuoco e cioè con quello della
rivoluzione radicale, che dà origine al mito dello sdoppiamento magico.
Infatti proprio nella nostra città, dopo gli sperimentali frammenti del Museo
Civico, Solari ha messo a punto gli strumenti filologici e cabalistici per proporre delle
inedite e provocatorie interpretazioni dei capolavori rinascimentali di Dùrer, Raffaello
e soprattutto Leonardo. Attraverso gli Archetipi dei Misteriosi segni arcani
la Gioconda diventa così la Sfinge, che schiude i segreti del Cenacolo e
cioè della Nuova Alleanza, mentre la Melencolia I di Dùrer si trasforma
nellanagramma psichico di Con le mie ali, fra i fantasmi del profeta biblico
Enoch e la Grande Piramide di
Surrid. Con tutte queste intricate rivisitazioni esegetiche,
di carattere anche astro-zodiacale termina così la fase cosiddetta propedeutica di
approfondimento e analisi conclusa riassuntivamente lanno scorso nella
Personale allestita presso la galleria LArco di Como. Dai
bilanci di un itinerario avventuroso ed apparentemente contradditorio nasce così
lesigenza finale di una Sintesi Summa, che esalta la conquista di nuovi e terminali
(?) valori etico-estetici, racchiusi nella simbiosi esistenziale del
colore-luce, una sorta di panpsichismo luminoso che avvolge anche la galassia
dei nostri pensieri. Ma la Sfinge-Solari non ha di certo concluso per ora il suo
costruttivo viaggio nelle nebulose fantastiche e forse, leggendo queste brevi note
sorriderà, con o senza baffi, di noi, poveri alchimisti della parola. |
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Manzoni e gli Scapigliati (Casto poeta che
lItalia adora, / vegliardo in sante visioni assorto, / tu puoi morir!... degli
anticristi è lora /Cristo è rimorto!» Così crudelmente imprecava nella sua
celebre poesia "Preludio", nel 1864, il giovane «anticristo» scapigliato
Emilio Praga ignaro che questo suo macabro augurio allungherà ancora di qua si
dieci anni la vita del «Grande vecchio» e che lui stesso, povero Praga, distrutto
dagli stravizi della sua vita «spericolata», lo seguirà poco dopo nella tomba. Questi
versi, divenuti presto famosi, hanno contribuito ad alimentare il luogo comune di un
Manzoni feticcio clericale e perbenista, vittima designata al massacro impartito dalla
furia iconoclasta di questi agguerriti e spregiudicati «contestatori» ante
litteram. In realtà se si percorre
con attenzione critica tutto larco generazionale del "fenomeno"
Scapigliatura si può dedurre che il rapporto Manzoni - New Wave lombarda non
si può certo affrontare in termini così semplicistici e riduttivi. Anche se, a conti
fatti, il gap anagrafico è quasi abissale: fra il decrepito Don Lisander e un talento
emergente come Emilio Praga correvano più di cinquantanni di differenza, segnati
da tutti quegli sconvolgimenti storici che avevano fatto del Manzoni una specie di
monumento ormai sopravvissuto alle temperie degli ideali patriottici e romantici del
Risorgimento. Leffigie manzoniana era così diventata un simbolo vivente da
dissacrare e contestare proprio per tutti i bagagli e i fantasmi del passato che si
portava dietro, senza intaccare però nella sua essenza vitale il valore esemplare della
sua superiore visione etica e letteraria. Anche la recente documentazione critica e
storiografica sullargomento ha permesso di mettere definitivamente a fuoco i
risvolti più inediti e segreti di questo strano e sofferto rapporto di
"odio-amore": di fronte ai "giovani leoni" della Scapigliatura,
incuranti delle raccomandazioni del loro pater familias Giuseppe Rovani, il Manzoni
finirà sempre comunque per essere una scomoda e ingombrante pietra di paragone, con cui
era indispensabile fare i conti decisivi per il proprio destino letterario. Cera
in loro forse inoltre un senso di rabbia «socialista» verso quel vecchio possidente
aristocratico, il quale poteva fare lo scrittore senza pensare ai quattrini e alle
bollette, che invece per dei "poveri cristi" come loro costituivano il
leit-motiv di una mediocre e sgangherata routine domestica, che ignorava per lo più i
toni romantici della leggenda bohémienne. E non per niente fra i pittori depoca il
Manzoni prediligeva uno come Francesco Hayez e non avrebbe mai
pensato per i suoi ritratti a tipi come il Cremona o il Ranzon i. Ritornando però tra i
confini letterari
lindagine dei rapporti Manzoni-Scapigliatura si deve localizzare attraverso la
variegata schiera dei protagonisti della stagione culturale milanese, che si incarna fra
gli ottocenteschi anni sessanta e settanta fino alle ultime decisive propaggini di un
Dossi e di un Lucini. In questa prospettiva il primo incontro è con il
Rovani, il bizzarro «Socrate di
Porta Cicca», venerata sibilla di tanti «scapigliatelli», manzoniano sui generis, che
si divertiva a giocare qualche tiro birbone al super lodato maestro, quando gli citava a
memoria alcuni versi della «Pentecoste», fingendoli di sua fattura (~Ma lu el me
imbroja» protestava bonariamente il Manzoni...). E proprio allautore dei
"Cento anni" toccherà il destino di sentirsi appiccicato addosso dalla critica
e contrastanti etichette di incorreggibile manzoniano e di precursore
deIiAntiromanzo. Comunque per il Rovani, specie quando pontificava nella
"sua" liquoreria dellHagy, non cera dubbio che il Manzoni
"fosse eziandio il primo poeta letterato dEuropa". Caustico e feroce nei
confronti dellautore dei "Promessi Sposi sarà invece Clètto Arrighi,
che arriverà addirittura alla infamante parodia degli "Sposi non Promessi",
in cui Renzo diventerà un certo Lorenzo contrabbandiere del Bisbino, Lucià sarà
Luisa, una cocotte campagnola e Don Abbondio, crapulone e donnaiolo, finirà nei panni di
un depravato «Pret Scapusc. Eppure anche nellArrighi non mancano ricalchi
grotteschi dei modelli manzoniani "Addio mio bel Parigi" dirà la scostumata
eroina di "Nanà a Milano" e si scopre addirittura qualche giovanile ed
impacciata sviolinatura al timido e mitico "nume indigeno" delle Lettere
italiane, cui intitolerà il suo romanzo "Gli
ultimi Coriandoli" con questo facile indovinello dedicatorio "Ad A...dro
M..oni. Daltronde il Manzoni, ormai attempato, dovrà subire in quegli anni
anche le continue frecciate di due «cavalli di razza come Emilio Praga e Arrigo
Boito, scoccate dalle pagine del "Figaro» ambrosiano contro lodiato "Gran
Prete e il suo codazzo di "diaconi, sottodiaconi, chierici, saorestani. E
pensare che poi entrambi incenseranno di lodi poetiche il Grande Vecchio e che il Praga
nella parte autografa del suo romanzo "Le Memorie del Presbiterio risentirà
inconsciamente di tante reminiscenze stilistiche e scenografiche dei "Promessi
Sposi! Eppure sul «romanzo»
gli Scapigliati avevano per lo più delle idee ben diverse rispetto alle ultime
negazioni teoriche del Manzoni, come può risultare dagli orginali affreschi storici del
Rovani o dagli inquieti e grezzi graffiti contemporanei del Tarchetti. E proprio il
Tarchetti puntualizzerà
un suo concetto del "nuovo romanzo, teso a sminuire il valore del successo
popolare dei "Promessi Sposi, da lui giudicati tout court: <un
mediocre romanzo in confronto dei capolavori delle altre nazioni. E in un passo
della sua allucinante "Storia dei una gamba» il Tarchetti dirà colle parole del suo
io narrante a proprosito dei «Promessi Sposi»: Ma cantonate balorde come
questa erano ormai di casa nella successiva e scomposta tribù scapigliata, che annoverava
personaggi come il pornoromanziere anticlericale Cesare Tronconi, il quale se la
prendeva con le "porcaggini(sic) della scuola manzoniana e rimproverava al
Manzoni di non aver citato il testo delle canzonacce dei Bravi e dei Monatti. Lo stesso
Paolo Valera, scapigliato di «ringhera», sarà meno oltraggioso nei confronti del
«tardigrado» Manzoni, rifatto tuttavia e quasi ricalcato nelle scomposte e vocianti
rappresentazioni della sua «Folla». Però solo il Dossi,
vicino al Manzoni anche per le sue origini aristocratiche, potrà fare il punto sui
rapporti fra il Gran Lombardo e la «sua» generazione scapigliata. Le «Note Azzurre»
sono in effetti lo strumento più idoneo per mettere in luce il filo sotterraneo che
legava inconsciamente la lezione esempJare dei <(Promessi Sposi» con la rabbia
rivoluzionaria di questi arroganti e rumorosi "nipotini>. Il Dossi inoltre aveva
avuto anche lonore, stando alle testimonianze del Lucini, di aver ricevuto
apprezzamenti lusinghieri sulle sue prime dallo stesso Manzoni. E quindi non per niente il
Manzoni diventa lautore più citato nelle «Note Azzurre, in cui il
Dossi lo esalta come il
maestro ideale della sua difficile facilità». Eppure la conclamata venerazione
dossiana per il Manzoni può apparire a volte solo una fissazione mitografica o un tic
intermittente fra gli appunti delle «Note>, perché in effetti nella scrittura
del Dossi di manzoniano rimane ben poco, come bene ha messo in evidenza Dante sella,
specie se si considera quel suo linguaggio ibrido e maccheronico, quasi presago dei
pastiche di Carlo Emilio Gadda. In realtà il Dossi
narratore si rivela nella pagina spesso un traditore della poetica manzoniana con la sua
prosa nervosa e cromatica, con quel suò sistematico scombinamento di trame e di
personaggi. Tuttavia il suo culto per le ascendenze «lombarde» lo porta a costruirsi
un Manzoni fatto su misura per poter inquadrare così la sua vagheggiata triade:
Manzoni-Rovani-Dossi, ("Manzoni ostenta di aver fede; Rovani ostenta di non averne;
Dossi ne piglia, quando gli occorre di far delleffetto e quanto gli accomoda, ma
nessuno ne ha», dirà nelle «Note») senza peritarsi di far passare per un miscredente
lautore degli «Inni Sacri»! Sintomatica quindi anche lantipatia del Dossi
per Lucia, una tesa» che lo infastidiva, perché gli ricordava quel
caratteristico odore di cotonina e stallatico delle villane lombarde». E sotto
sotto il Dossi all~Umorismo in giacchetta del Manzoni preferiva quello
raffinato e glaciale del suo Jean PauI Richter. Infatti nelle ricorrenti annotazioni su
quei preziosi Quaderni azzurri» il Manzoni sfila spesso come un idolo ammantato di
doveroso rispetto, ma anche sfiorato e scalfite da tanti timidi e ironici taglietti. E in
quelle pagine mirabili certo il Dossi non risparmia boutades e pettegolezzi nemmeno alla
banda dei suoi sodali scapigliati, frullando insieme storielle e aneddoti riferiti a
personaggi tali che fan sempre risaltare la sua «pittorica» capacità narrativa e il suo
secco segno umoristico. E in quella galleria di ritratti anche il Manzoni, attorniato
dalla combriccela dei vari Rovani, Gorini, Arrighi, Praga, Cremona, Ranzoni, Faruffini,
Conconi, Grandi e Lucini, esce in un certo senso quasi umanizzato", scende
dal suo piedistallo per sedersi a conversare amabile ed arguto con le nuove e turbolente
generazioni. Arturo Della Torre |
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COMASCO CHI SEI? ...dalla Presentazione alla Mostra di ritratti allestita al Chiostrino S.Eufemia-1989 COME IL COMASCO
DOGGI? Arturo
Della Torre |
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| "IL CIELO IN MANO" : Mostra effettuata a
Villa Erba nel 1990 FUTURISMO ED AEROPOESIA L'aeropoesia di F.T.Marinetti "Guai
all'aeropoeta futurista se non riesce a caricare l aeropoema d una quantità
enorme di gas lirico, tanto gas da farlo scoppiare", così scriveva F.T. Marinetti
nella premessa teorica deil'"Aeropoema del golfo della Spezia" (1935),
enunciando i concetti delle "parole in libertà di una aeropoesia". Ma
lesplosione deflagrante di questo volatile "gas lirico" aveva già
scandito, con frequenti scoppiettii, le cosmogoniche risse celestiali del primo
Marìnetti, quello de "La Conquete des Etoiles" (1902) con la mistica allegoria
di un superuomo che si protende prometeicamente alla "Conquista della terra e del
cielo contro Dio" e quello de "La ville Chamelle" suffragato (1908) da
versi come: "Non più contatti su questa terra immonda, io me ne stacco alfine ed
agilmente volo". Le fantasmagorie aeronautiche si impennano a tutto gas anche in
"Le monoplane du Pape" del 1912 ("romanzo profetico in versi liberi),
una sorta di sfolgorante e barocca amplificazione dell'"Ode al Signor di
Montgolfier" di Vincenzo Monti, mentre poi l'acme eversivo del connubio "Volo +
Guerra" si riscontra esemplarmente nella pirotecnica composizione grafico-poetica
della celebre "Battaglia di Adrianopoli" di "Zang Tumb Tumb". In
effetti la successiva e ritardata omologazione critica delle norme programmatiche
dellAeropòesia, lanciata appunto con il relativo Manifesto del 1931, rientra nella
logica originaria di una novecentesca "Estetica della velocità", che esalta la
"Lussuria" dei nuovi "Bolidi" a motore, tra cui si impone
vittoriosamente "Il volo scivolante degli aeroplani". Inoltre unattenta
lettura dello stesso Manifesto permette di fissare una linea coerente "in
progress" dal "verso libero" alle "parole in libertà", sempre
legate al principio dello "splendore geometrico e meccanico", che
("mediante lortografia e tipografia libere espressive") trasforma in
"autoillustrazioni le tavole sinottiche di valori lirici e le analogie
disegnate". L'Aeropoesia quindi si propone insieme come il coronamento e la fase
terminale dell"Avventura futurista", concentrata sullesaltazione
delle volontà di potenza e di dominio delluomo "dans linfini
libérateur". Ma il mito dellaviatore si colloca anche nei topos classici della
mitografia decadente e con il modello dannunziano di "Forse che sì, forse che
no" e di quella spiritualista, espressa da opere come il "Voi de nuit" di
Saint-Exupéry. In ogni caso lo "Specifico" tecnicistico e documentario dettato
da Marinetti contraddistingue quasi in blocco le confratemite poetiche futuriste che
traevano gli spunti dal primo Dizionario Aereo (compilato nel 1929 con la consulenza di
Fedele Azari) e che sarà poi testimoniato da opere come quella del Civello, il quale
stila il suo "Rapporto sullAeropoesia" ( negli "Atti del V Congresso
Nazionale degli Autori e Scrittori tradizionalisti moderni e futuristi", Roma 1940)
oppure come il prezioso e ben documentato opuscolo (curato paradossalmente da un
parnassiano come Giuseppe Lipparini!) edito nel 1941 col titolo "F.T.M. e gli
Aeropoeti
futuristi". Senza dimenticare certi contributi marginali, riscontrabili nelle
successive antologie dei poeti futuristi curate da Vanni Scheiwiller e da Glauco Viazzi.
Il modello rimane comunque il Marinetti di "Spiralando sul biancamano, con
quellormai prefabbricato arsenale di missili patriottici e di grottesche onomatopee
("Sono la Patria sublime antenna di accaio spalancante smisurate braccia con blocchi
dombra e aeroplani appollaiati creste di fuoco e batuffoli abbaglianti nelle
prolisse reti donde lunghe idee nuove che pescano italianamente il mondo").
Anche se in altre opere come il poema parolibero "Spagna veloce e Toro
futurista" Marinetti focalizza con maggiore intensità visionaria la fotografia
aero-sintetica del paesaggio analogico. La scelta operata per questa mostra da Vittoria
Marinetti riallaccia le ricerche aeropoetiche dei Futuristi a quelle antecedenti e più
vistose degli Aeropittori. Dalle
prime scorribande su "Lacerba" di Mario Betuda con Looping de Loop (ben diverse
dalle mimetiche parole in libertà dellomonimo refrain di Gino Soggetti!), che
rispecchiano indirettamente le più meditate riflessioni condensate negli
aeroplani" dello stesso Lacerbiano Ardengo Soffici ("Frrrrrrn Frmrfrrrr
affogo nel turchino ahimé / mangio triangoli di turchino di mammola / fette
dazzurro / Mi sprofondo in un imbuto di paradiso / Cristo aviatore ero fatto per
questa ascensione / di gloria poetico-militare-sportiva). All establi shment
paleofuturista appartengono di prammatica anche le acrobazie paroliberistiche dei"
Voooli" e dei "Bombardamenti" di Paolo Buzzi (che nel 1909 aveva pubblicato
i suoi "Aeroplani" lirici) e si ricollegano pure le grezze esemplificazioni tipo
"dirigibile + cielo" di Armando Mazza, noto soprattutto come fidato guardaspalle
di Marinetti. Mentre alla seconda generazione del Movimento risalgono gli
Aeroplani" di Pino Masnata, così mimeticamente calligrafici e così
punteggiati da vocalizzi ed anagrammi lessicali. Comunque il ricorso ai ghirigori
tipografici denuncia linnegabile dipendenza dellAeropoesia dalla prioritaria
Aeropittura, e di conseguenza una certa lirnitatezza espressiva rispetto alle
contemporanee ed eclatanti performances teatrali. In effetti una "cavallo di
battaglia" aeropoetico come "Agello 700 allora" acquista una
risonanza formidabile solo grazie alla vibrata e turbinosa interpretazione di un
straordinario demiurgo come Tullio Crali. Infine in questa prospettiva
"simultanea" non vanno dimenticati i legami degli aeropoeti futuristi con la
gerarchia Fascista come si può rilevare, ad esempio, dalla dedica al Duce del "Poema
di Torre Viscosa" (1938), in un crescendo di ingenui fervori patriottici ed
industriali-imperialistici, che rischiano di confondere alcuni ripetitivi virtuosismi
aeropoetici, con gli avventati giochi militaristi del regime. Al di là di certe pesanti
ipoteche politiche, la storia vera dellAeropoesia rimane racchiusa soprattutto nella
"immaginazione senza fili" di Marinetti, capace di librarsi simultaneamente
dall"Alcova di acciaio" della sua autoblindo terrestre, alle piroette
stratosferiche della divisione "28 ottobre" per poi ammarare misticamente sul
fantomatico Aeropoema di Gesù", ancor oggi in parte inedito. Arturo
Della Torre |
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| "I LUOGHI DELL'ARTUSI" (Mostra
a Bertinoro/Forlimpopoli in occasione del centenario del suo Libro di ricette patrocinata
dal Ministero dei Beni Culturali) PRINCIPII? TRAMESSI? RIFREDDI? Comunque questo sfizio
senile di un vecchio prototipo dellitalietta ~ postrisorgimentale
diventa quasi miracolosamente, fuori dalle logiche di un ristretto mercato editoriale,
un indispensabile vangelo domestico per donne nubili e massaie doc. Insomma questo grande
vecchio con incallite ambizioni letterarie riesce a fissare, con il supporto di
cucinieri Daltronde lex
seminarista di Bertinoro, sempre circondato dagli aromi dei coloniali della Ditta
paterna non aveva certo lambizione del Grande Comunicatore Nazionale, la sua era
solo la scommessa di un pensionato con le voglie nostalgiche o meglio sperimentali di
un impenitente ghiottone
E così dal fatidico 1891
le ricette si snocciolano come in un prorompente breviario di proposte golose allargando a
fisarmonica leterogeneo zibaldone di ormai antiquate formule cucinarie. Ma il vero
segreto del revival del trattato centenario di Artusi sulla nostra cucina
bricconcella consiste tuttora nella straordinaria tenuta di gusto delle
inossidabili pieghe ironiche del testo letterario, che fa del nostro
umanista di stampo carducciano un sottile croniqueur
dai
gustosi e studiati
risvolti ironici degni di un amabile conterraneo come Alfredo Panzini. Quindi, non è
davvero il caso di attribuire forzatamente allelaborata enciclopedia delle ricette
artusiane il pedigree
di una magna
charta gastronomica,
da rivedere oggi solo come latteggiamento anacronistico di uno chef gentiluomo che
vuole assaporare, fuori dai binari obbligati dei ristoranti, le emozioni provinciali di
una tavola dai sentori dì una precoce belle
epoque
casereccia sorseggiando
sapori dallArno al Rubicone. In questa mostra le
gemme dellArtusi, prefabbricate senza il bilancino del dietologo e le
furbesche rivendicazioni di una ristorazione sempre più dietologica, si possono
riscontrare nelle pregnanti illustrazioni pittoriche di Ernesto Solari, in cui i piatti
di matrice artusiana escono come da un freezer secolare, come inserti eterni e assoluti di
una simbolica sarabanda delleffimero nazionale. Arturo
della Torre |
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"LA SETTIMANA GASTRONOMICA ARTUSIANA COMASCA". Effettuata dal 23 al 30 Novembre presso il Ristorante "Al Giardino" di Como con la collaborazione di Arturo Della Torre e Franco Soldaini |
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| NUMEROSI ARTICOLI DI DELLA TORRE SONO STATI PUBBLICATI SULLA PROVINCIA E SUL BROLETTO DURANTE LO SVOLGIMENTO DELLE INIZIATIVE | TORNA A TESTI CRITICI |