OMAGGIO AD UN AMICO CHE CI HA LASCIATO

 ARTURO DELLA TORRE

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IN UN RITRATTO DI SOLARI

DAL SODALIZIO CON IL DIRETTORE DEL "BROLETTO"ARTURO DELLA TORRE (INIZIATO NEL 1984/85) SONO NATE DIVERSE IDEE ED INIZIATIVE ESPOSITIVE DI SUCCESSO: "MANZONI, IL DOSSI E GLI SCAPIGLIATI"; "COMASCO CHI SEI?" ; "IL CIELO IN MANO"; "I LUOGHI DELL'ARTUSI" E "LA SETTIMANA GASTRONOMICA ARTUSIANA COMASCA". Numerosi sono stati i suoi scritti ed articoli apparsi sullo stesso Broletto o sulla Provincia.
LA "TAVOLA DELLO SMERALDO" ovvero la mappa dell'efficienza di un erasmiano

PRESENTAZIONE ALLA MOSTRA DI SOLARI alla Galleria Mauri di Mariano (1988)

A prima vista per chi non conosce bene Ernesto Solari sembra difficile intravvedere sotto quell’aria di “professorino” impegnato, con quei baffetti che compaiono e scompaiono e con quel civettuolo cappello alla Geiar, l’iniziatico cultore del mondo cabalistico e misteriosofico, che pervade ormai da tempo la sua complessa ricerca artistica e filosofica. Eppure tutto il più recente discorso pittorico di Ernesto, così mosso e “dinamico”, rimane profondamente permeato, addirittura a livello inconscio, partendo fin dai primi “segni” infantili, da una sorta di predestinazione metapsichica, che contraddistingue intimamente e occultamente, ogni fase del suo “lavoro” creativo. Ho usato appositamente il termine “lavoro”, perché Solari non disgiunge mai la sua originale interpretazione personale di alcuni testi canonici dell’Esoterismo magico e psicanalitico (in particolare di Carl Gustav Jung) da una complementare ed infaticabile attività di promozione di “idee ed opere” personali, sempre effettuata con una efficiente conduzione di stile manageriale. Io, che ho lavorato con lui nell’allestimento della mostra su “il Dossi e gli amici Scapigliati” nel 1985, posso davvero testimoniare le invidiabili capacità organizzative del Solari operatore culturale il quale, mentre incontra Sponsor ed Assessori vari, trova anche il tempo per studiare i Grandi Numeri dell’Alchimia Rinascimentale e dare poi, chiuso nel suo studiolo, concretezza rappresentativa ai suoi simbolici ideogrammi. D’altronde questa doppia identità di artista-manager risulta un po’ la caratteristica eminente di questo personaggio, che ha saputo organizzare happening di successo come quello su Leonardo, dal titolo “Creatività e didattica” nel 1984 oppure mostre che hanno ottenuto un grosso riscontro di pubblico come quella dedicata l’anno scorso al duo Ligabue-Mazzacurati. Ed infine, nel segno di un perenne attivismo, meritano di essere segnalate anche certe erasmiane performances didattiche che hanno visto coinvolte, nell’intento di una auspicata interdisciplinarietà, le diverse componenti del pianeta scolastico, in cui lui felicemente opera. Ma torniamo all’altra immagine del “Doppio” e cioè al caleidoscopico tentativo del Solari di incasellare armonicamente la sua storia di artista suddivisa in tre fasi essenziali di sviluppo, che supera così l’ingenua prosopopea autobiografica di “Tra realtà e fantasia”. Decisiva e indispensabile come una bussola diventa quindi la lettura della “Tavola dello Smeraldo”, che riflette emblematicamente, come in un trattato di Eraclito, la vita dei quattro elementi cosmici e cioè rispettivamente la Terra, l’Acqua, il Fuoco e l’Aria. E ci stupisce che l’impatto di Ernesto con una città tradizionalmente “fredda” come Como abbia coinciso proprio con il suo periodo del “Fuoco” e cioè con quello della rivoluzione radicale, che dà origine al mito dello “sdoppiamento” magico. Infatti proprio nella nostra città, dopo gli sperimentali “frammenti” del Museo Civico, Solari ha messo a punto gli strumenti filologici e cabalistici per proporre delle inedite e provocatorie interpretazioni dei capolavori rinascimentali di Dùrer, Raffaello e soprattutto Leonardo. Attraverso gli Archetipi dei “Misteriosi segni arcani” la Gioconda diventa così la Sfinge, che schiude i segreti del “Cenacolo” e cioè della Nuova Alleanza, mentre la “Melencolia I” di Dùrer si trasforma nell’anagramma psichico di “Con le mie ali”, fra i fantasmi del profeta biblico Enoch e la Grande Piramide di Surrid. Con tutte queste intricate rivisitazioni esegetiche, di carattere anche astro-zodiacale termina così la fase cosiddetta propedeutica di “approfondimento e analisi” conclusa riassuntivamente l’anno scorso nella “Personale” allestita presso la galleria “L’Arco” di Como. Dai bilanci di un itinerario avventuroso ed apparentemente contradditorio nasce così l’esigenza finale di una Sintesi Summa, che esalta la conquista di nuovi e terminali (?) valori etico-estetici, racchiusi nella simbiosi esistenziale del “colore-luce”, una sorta di panpsichismo luminoso che avvolge anche la galassia dei nostri pensieri. Ma la Sfinge-Solari non ha di certo concluso per ora il suo costruttivo viaggio nelle nebulose fantastiche e forse, leggendo queste brevi note sorriderà, con o senza baffi, di noi, poveri alchimisti della parola.

 

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Manzoni e gli Scapigliati :Mostra al Broletto del 1985

(Casto poeta che l’Italia adora, / vegliardo in sante visioni assorto, / tu puoi mo­rir!... degli anticristi è l’ora /Cristo è rimorto!» Così crudelmente imprecava nel­la sua celebre poesia "Preludio", nel 1864, il giovane «anticristo» scapigliato Emilio Praga ignaro che questo suo macabro augurio allungherà ancora di qua• si dieci anni la vita del «Grande vecchio» e che lui stesso, povero Praga, distrut­to dagli stravizi della sua vita «spericolata», lo seguirà poco dopo nella tomba. Questi versi, divenuti presto famosi, hanno contribuito ad alimentare il luogo co­mune di un Manzoni feticcio clericale e perbenista, vittima designata al massa­cro impartito dalla furia iconoclasta di questi agguerriti e spregiudicati «conte­statori» ante litteram.

In realtà se si percorre con attenzione critica tutto l’arco generazionale del "fe­nomeno" Scapigliatura si può dedurre che il rapporto Manzoni - New Wave lom­barda non si può certo affrontare in termini così semplicistici e riduttivi. Anche se, a conti fatti, il gap anagrafico è quasi abissale: fra il decrepito Don Lisander e un talento emergente come Emilio Praga correvano più di cinquant’anni di dif­ferenza, segnati da tutti quegli sconvolgimenti storici che avevano fatto del Manzoni una specie di monumento ormai sopravvissuto alle temperie degli ideali patriottici e romantici del Risorgimento. L’effigie manzoniana era così di­ventata un simbolo vivente da dissacrare e contestare proprio per tutti i bagagli e i fantasmi del passato che si portava dietro, senza intaccare però nella sua essenza vitale il valore esemplare della sua superiore visione etica e letteraria. Anche la recente documentazione critica e storiografica sull’argomento ha per­messo di mettere definitivamente a fuoco i risvolti più inediti e segreti di questo strano e sofferto rapporto di "odio-amore": di fronte ai "giovani leoni" della Sca­pigliatura, incuranti delle raccomandazioni del loro pater familias Giuseppe Ro­vani, il Manzoni finirà sempre comunque per essere una scomoda e ingombran­te pietra di paragone, con cui era indispensabile fare i conti decisivi per il pro­prio destino letterario. C’era in loro forse inoltre un senso di rabbia «socialista» verso quel vecchio possidente aristocratico, il quale poteva fare lo scrittore senza pensare ai quattrini e alle bollette, che invece per dei "poveri cristi" co­me loro costituivano il leit-motiv di una mediocre e sgangherata routine dome­stica, che ignorava per lo più i toni romantici della leggenda bohémienne. E non per niente fra i pittori d’epoca il Manzoni prediligeva uno come Francesco Hayez e non avrebbe mai pensato per i suoi ritratti a tipi come il Cremona o il Ranzon i.

Ritornando però tra i confini letterari l’indagine dei rapporti Manzoni-Scapigliatura si deve localizzare attraverso la variegata schiera dei protagonisti della stagione culturale milanese, che si incarna fra gli ottocenteschi anni ses­santa e settanta fino alle ultime decisive propaggini di un Dossi e di un Lucini. In questa prospettiva il primo incontro è con il Rovani, il bizzarro «Socrate di Porta Cicca», venerata sibilla di tanti «scapigliatelli», manzoniano sui generis, che si divertiva a giocare qualche tiro birbone al super lodato maestro, quando gli citava a memoria alcuni versi della «Pentecoste», fingendoli di sua fattura (~Ma lu el me imbroja» protestava bonariamente il Manzoni...). E proprio all’au­tore dei "Cento anni" toccherà il destino di sentirsi appiccicato addosso dalla critica e contrastanti etichette di incorreggibile manzoniano e di precursore deIi’Antiromanzo. Comunque per il Rovani, specie quando pontificava nella "sua" liquoreria dell’Hagy, non c’era dubbio che il Manzoni "fosse eziandio il primo poeta letterato d’Europa". Caustico e feroce nei confronti dell’autore dei "Promessi Sposi” sarà invece Clètto Arrighi, che arriverà addirittura alla infa­mante parodia degli "Sposi non Promessi", in cui Renzo diventerà un certo Lo­renzo contrabbandiere del Bisbino, Lucià sarà Luisa, una cocotte campagnola e Don Abbondio, crapulone e donnaiolo, finirà nei panni di un depravato «Pret Scapusc”. Eppure anche nell’Arrighi non mancano ricalchi grotteschi dei mo­delli manzoniani "Addio mio bel Parigi" dirà la scostumata eroina di "Nanà a Milano" e si scopre addirittura qualche giovanile ed impacciata sviolinatura al timido e mitico "nume indigeno" delle Lettere italiane, cui intitolerà il suo ro­manzo "Gli ultimi Coriandoli" con questo facile indovinello dedicatorio "Ad A...dro M..oni”. D’altronde il Manzoni, ormai attempato, dovrà subire in quegli anni anche le continue frecciate di due «cavalli di razza” come Emilio Praga e Arrigo Boito, scoccate dalle pagine del "Figaro» ambrosiano contro l’odiato "Gran Prete” e il suo codazzo di "diaconi, sottodiaconi, chierici, saorestani”. E pensare che poi entrambi incenseranno di lodi poetiche il Grande Vecchio e che il Praga nella parte autografa del suo romanzo "Le Memorie del Presbiterio” risentirà inconsciamente di tante reminiscenze stilistiche e scenografiche dei "Promessi Sposi”!

Eppure sul «romanzo» gli Scapigliati avevano per lo più delle idee ben diverse ri­spetto alle ultime negazioni teoriche del Manzoni, come può risultare dagli orgi­nali affreschi storici del Rovani o dagli inquieti e grezzi graffiti contemporanei del Tarchetti. E proprio il Tarchetti puntualizzerà un suo concetto del "nuovo ro­manzo”, teso a sminuire il valore del successo popolare dei "Promessi Sposi”, da lui giudicati tout court: <‘un mediocre romanzo in confronto dei capolavori delle altre nazioni”. E in un passo della sua allucinante "Storia dei una gamba» il Tarchetti dirà colle parole del suo io narrante a proprosito dei «Promessi Sposi»:"quel romanzo che lessi tante volte e tante volte ributtai là tra i miei libri inutili”. D’altronde sarà forse proprio l’astio del Tarchetti verso gli stucchevoli «chieri­ohetti” manzoniani, come il Cantù, il Carcano e il Bonghi, che lo porterà poi di riflesso a giudicare l’ingegno del Guerrazzi superiore a quello del Manzoni...

Ma cantonate balorde come questa erano ormai di casa nella successiva e scomposta tribù scapigliata, che annoverava personaggi come il pornoroman­ziere anticlericale Cesare Tronconi, il quale se la prendeva con le "porcaggini”(sic) della scuola manzoniana e rimproverava al Manzoni di non aver citato il te­sto delle canzonacce dei Bravi e dei Monatti. Lo stesso Paolo Valera, scapiglia­to di «ringhera», sarà meno oltraggioso nei confronti del «tardigrado» Manzoni, rifatto tuttavia e quasi ricalcato nelle scomposte e vocianti rappresentazioni della sua «Folla».

Però solo il Dossi, vicino al Manzoni anche per le sue origini aristocratiche, po­trà fare il punto sui rapporti fra il Gran Lombardo e la «sua» generazione scapi­gliata. Le «Note Azzurre» sono in effetti lo strumento più idoneo per mettere in luce il filo sotterraneo che legava inconsciamente la lezione esempJare dei <(Promessi Sposi» con la rabbia rivoluzionaria di questi arroganti e rumorosi  "ni­potini>.

Il Dossi inoltre aveva avuto anche l’onore, stando alle testimonianze del Lucini, di aver ricevuto apprezzamenti lusinghieri sulle sue prime dallo stesso Manzoni. E quindi non per niente il Manzoni diventa l’autore più citato nelle «Note Azzur­re”, in cui il Dossi lo esalta come il maestro ideale della sua “difficile facilità». Eppure la conclamata venerazione dossiana per il Manzoni può apparire a volte solo una fissazione mitografica o un tic intermittente fra gli appunti delle «Note’>, perché in effetti nella scrittura del Dossi di manzoniano rimane ben po­co, come bene ha messo in evidenza Dante sella, specie se si considera quel suo linguaggio ibrido e maccheronico, quasi presago dei pastiche di Carlo Emi­lio Gadda.

In realtà il Dossi narratore si rivela nella pagina spesso un traditore della poeti­ca manzoniana con la sua prosa nervosa e cromatica, con quel suò sistematico scombinamento di trame e di personaggi. Tuttavia il suo culto per le ascenden­ze «lombarde» lo porta a costruirsi un Manzoni fatto su misura per poter inqua­drare così la sua vagheggiata triade: Manzoni-Rovani-Dossi, ("Manzoni ostenta di aver fede; Rovani ostenta di non averne; Dossi ne piglia, quando gli occorre di far dell’effetto e quanto gli accomoda, ma nessuno ne ha», dirà nelle «Note») senza peritarsi di far passare per un miscredente l’autore degli «Inni Sacri»! Sintomatica quindi anche l’antipatia del Dossi per Lucia, una “tesa» che lo infa­stidiva, perché gli ricordava quel “caratteristico odore di cotonina e stallatico delle villane lombarde». E sotto sotto il Dossi all’~Umorismo in giacchetta” del Manzoni preferiva quello raffinato e glaciale del suo Jean PauI Richter. Infatti nelle ricorrenti annotazioni su quei preziosi “Quaderni azzurri» il Manzoni sfila spesso come un idolo ammantato di doveroso rispetto, ma anche sfiorato e scalfite da tanti timidi e ironici taglietti. E in quelle pagine mirabili certo il Dossi non risparmia boutades e pettegolezzi nemmeno alla banda dei suoi sodali sca­pigliati, frullando insieme storielle e aneddoti riferiti a personaggi tali che fan sempre risaltare la sua «pittorica» capacità narrativa e il suo secco segno umo­ristico. E in quella galleria di ritratti anche il Manzoni, attorniato dalla combric­cela dei vari Rovani, Gorini, Arrighi, Praga, Cremona, Ranzoni, Faruffini, Conco­ni, Grandi e Lucini, esce in un certo senso quasi “umanizzato", scende dal suo piedistallo per sedersi a conversare amabile ed arguto con le nuove e turbolen­te generazioni.

Arturo Della Torre

 

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COMASCO CHI SEI?   ...dalla Presentazione alla Mostra di ritratti allestita al Chiostrino S.Eufemia-1989

COM’E IL COMASCO D’OGGI?

 L”homo comacinus hodiemus”, anche quello sfuggente e patinato nella versione VIP, o non esiste o indossa il cappuccio, si nasconde comunque dai flash impertinenti, preferisce rispec­chiarsi solo fra le “firmate” pareti di casa e non sopporterebbe mai la presenza di un ritrattista intento ad effigiare le sue molteplici fattezze. Inoltre ormai non è facile riscontrare nel carattere originario di un comasco “medio” gli stereotipi ed i segni particolari di una carta d’identità, che si realizza tuttora nella fantomatica plastica facciale del nostro Ritratto Misterioso, forgiato però senza i trapianti e le trasfusioni del gruppo sanguigno DOC caro alla Lega Lombarda. Comunque da questa collezione di tanti clichè figurativi, alla fine spunta fuori l’immagine psicosomatica di un ideale “piccolo-grande” Uomo Comasco, laborioso, efficiente, freddo, chiuso, forse un po presuntuoso, ma sempre onesto e leale. Eppure spesso ci si dimentica di accennare alla verve bonariarnente dialettale, a certe battute ironicamente sommesse del comasco della strada, quel comasco che non perde mai di vista il suo conto in banca, quel comasco di medio spessore, di poche parole, che non invidia gli exploit megagalattici dei Signori della Seta e dei Top manager in carriera e che impara a conoscere solo da lontano tante storie di ordinaria follia esplose nella nebbia dei suoi dintorni casalinghi. ~ un comasco di cemento, ma dal cuore tenero, che ignora i suoi “eroi” del passato e quelli di tutti i giorni, che vota più per abitudine che per convinzione, che elegge i suoi rappresentanti senza guardarli in faccia e che subisce in silenzio, ridacchiando amaro, le scelte della Stanza dei Bottoni, anche se poi le paga sulla propria pelle, ad esempio nella bolgia infernale del traffico cittadino. Questo nostro “Gioco del ritratto” vuole quindi mettere in vetrina le flsionomie di tutti quei personaggi “eminenti”, che decidono sempre dietro le quinte, nel bene e nel male, il nostro e il loro destino. Facce belle, facce brutte, non importa, ma finalmente le facce dei Comaschi che contano, senza le fotocopie occasionali dei mezzi busti politici nostrani quando inaugurano una latteria di montagna, anzi facce “umane”, che sono scrutate dal di dentro e offrono apertamente il loro vero volto. Ma un tempo anche alcuni personaggi dall’illustre pedigree lariano come Paolo Giovio, Tolomeo Gallio e Alessandro Volta avevano un ritrattista di fiducia... 

Arturo Della Torre

 

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"IL CIELO IN MANO" : Mostra effettuata a Villa Erba nel 1990

FUTURISMO ED AEROPOESIA

L'aeropoesia di F.T.Marinetti

"Guai all'aeropoeta futurista se non riesce a caricare l ‘aeropoema d’ una quantità enorme di gas lirico, tanto gas da farlo scoppiare", così scriveva F.T. Marinetti nella premessa teorica deil'"Aeropoema del golfo della Spezia" (1935), enunciando i concetti delle "parole in libertà di una aeropoesia". Ma l’esplosione deflagrante di questo volatile "gas lirico" aveva già scandito, con frequenti scoppiettii, le cosmogoniche risse celestiali del primo Marìnetti, quello de "La Conquete des Etoiles" (1902) con la mistica allegoria di un superuomo che si protende prometeicamente alla "Conquista della terra e del cielo contro Dio" e quello de "La ville Chamelle" suffragato (1908) da versi come: "Non più contatti su questa terra immonda, io me ne stacco alfine ed agilmente volo". Le fantasmagorie aeronautiche si impennano a tutto gas anche in "Le monoplane du Pape" del 1912 ("romanzo profetico in versi liberi’), una sorta di sfolgorante e barocca amplificazione dell'"Ode al Signor di Montgolfier" di Vincenzo Monti, mentre poi l'acme eversivo del connubio "Volo + Guerra" si riscontra esemplarmente nella pirotecnica composizione grafico-poetica della celebre "Battaglia di Adrianopoli" di "Zang Tumb Tumb". In effetti la successiva e ritardata omologazione critica delle norme programmatiche dell’Aeropòesia, lanciata appunto con il relativo Manifesto del 1931, rientra nella logica originaria di una novecentesca "Estetica della velocità", che esalta la "Lussuria" dei nuovi "Bolidi" a motore, tra cui si impone vittoriosamente "Il volo scivolante degli aeroplani". Inoltre un’attenta lettura dello stesso Manifesto permette di fissare una linea coerente "in progress" dal "verso libero" alle "parole in libertà", sempre legate al principio dello "splendore geometrico e meccanico", che ("mediante l’ortografia e tipografia libere espressive") trasforma in "autoillustrazioni le tavole sinottiche di valori lirici e le analogie disegnate". L'Aeropoesia quindi si propone insieme come il coronamento e la fase terminale dell"’Avventura futurista", concentrata sull’esaltazione delle volontà di potenza e di dominio dell’uomo "dans l’infini libérateur". Ma il mito dell’aviatore si colloca anche nei topos classici della mitografia decadente e con il modello dannunziano di "Forse che sì, forse che no" e di quella spiritualista, espressa da opere come il "Voi de nuit" di Saint-Exupéry. In ogni caso lo "Specifico" tecnicistico e documentario dettato da Marinetti contraddistingue quasi in blocco le confratemite poetiche futuriste che traevano gli spunti dal primo Dizionario Aereo (compilato nel 1929 con la consulenza di Fedele Azari) e che sarà poi testimoniato da opere come quella del Civello, il quale stila il suo "Rapporto sull’Aeropoesia" ( negli "Atti del V Congresso Nazionale degli Autori e Scrittori tradizionalisti moderni e futuristi", Roma 1940) oppure come il prezioso e ben documentato opuscolo (curato paradossalmente da un parnassiano come Giuseppe Lipparini!) edito nel 1941 col titolo "F.T.M. e gli Aeropoeti futuristi". Senza dimenticare certi contributi marginali, riscontrabili nelle successive antologie dei poeti futuristi curate da Vanni Scheiwiller e da Glauco Viazzi. Il modello rimane comunque il Marinetti di "Spiralando sul biancamano’, con quell’ormai prefabbricato arsenale di missili patriottici e di grottesche onomatopee ("Sono la Patria sublime antenna di accaio spalancante smisurate braccia con blocchi d’ombra e aeroplani appollaiati creste di fuoco e batuffoli abbaglianti nelle prolisse reti d’onde lunghe idee nuove che pescano italianamente il mondo"). Anche se in altre opere come il poema parolibero "Spagna veloce e Toro futurista" Marinetti focalizza con maggiore intensità visionaria la fotografia aero-sintetica del paesaggio analogico. La scelta operata per questa mostra da Vittoria Marinetti riallaccia le ricerche aeropoetiche dei Futuristi a quelle antecedenti e più vistose degli Aeropittori.

Dalle prime scorribande su "Lacerba" di Mario Betuda con Looping de Loop (ben diverse dalle mimetiche parole in libertà dell’omonimo refrain di Gino Soggetti!), che rispecchiano indirettamente le più meditate riflessioni condensate negli ‘aeroplani" dello stesso Lacerbiano Ardengo Soffici ("Frrrrrrn Frmrfrrrr affogo nel turchino ahimé / mangio triangoli di turchino di mammola / fette d’azzurro / Mi sprofondo in un imbuto di paradiso / Cristo aviatore ero fatto per questa ascensione / di gloria poetico-militare-sportiva). All ‘establi shment paleofuturista appartengono di prammatica anche le acrobazie paroliberistiche dei" Voooli" e dei "Bombardamenti" di Paolo Buzzi (che nel 1909 aveva pubblicato i suoi "Aeroplani" lirici) e si ricollegano pure le grezze esemplificazioni tipo "dirigibile + cielo" di Armando Mazza, noto soprattutto come fidato guardaspalle di Marinetti. Mentre alla seconda generazione del Movimento risalgono gli ’Aeroplani" di Pino Masnata, così mimeticamente calligrafici e così punteggiati da vocalizzi ed anagrammi lessicali. Comunque il ricorso ai ghirigori tipografici denuncia l’innegabile dipendenza dell’Aeropoesia dalla prioritaria Aeropittura, e di conseguenza una certa lirnitatezza espressiva rispetto alle contemporanee ed eclatanti performances teatrali. In effetti una "cavallo di battaglia" aeropoetico come "Agello 700 all’ora" acquista una risonanza formidabile solo grazie alla vibrata e turbinosa interpretazione di un straordinario demiurgo come Tullio Crali. Infine in questa prospettiva "simultanea" non vanno dimenticati i legami degli aeropoeti futuristi con la gerarchia Fascista come si può rilevare, ad esempio, dalla dedica al Duce del "Poema di Torre Viscosa" (1938), in un crescendo di ingenui fervori patriottici ed industriali-imperialistici, che rischiano di confondere alcuni ripetitivi virtuosismi aeropoetici, con gli avventati giochi militaristi del regime. Al di là di certe pesanti ipoteche politiche, la storia vera dell’Aeropoesia rimane racchiusa soprattutto nella "immaginazione senza fili" di Marinetti, capace di librarsi simultaneamente dall"’Alcova di acciaio" della sua autoblindo terrestre, alle piroette stratosferiche della divisione "28 ottobre" per poi ammarare misticamente sul fantomatico Aeropoema di Gesù", ancor oggi in parte inedito.

Arturo Della Torre

 

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LA MOSTRA DI VILLA ERBA A CERNOBBIO

"I LUOGHI DELL'ARTUSI" (Mostra a Bertinoro/Forlimpopoli in occasione del centenario del suo Libro di ricette patrocinata dal Ministero dei Beni Culturali)

PRINCIPII? TRAMESSI? RIFREDDI?

Ai nostri giorni tra fast food irnperanti e pizze take away la terminologia artu­siana si irrigidisce necessariamente come un reperto archeologico di una gastronomia d’antan. Eppure il “magi­co best seller imperversa ancora come un pregiato pezzo d’antiquariato che esalta i fasti casalinghi di una cucina piccolo borghese non ancora nazionalpopolare, ma pronta, in una sorta di inconscio afflato postmanzoniano, a raggruppare svariati deschi familiari sotto un’ipotetica bandiera culinaria dalla matrice toscoemiliana.

Comunque questo sfizio senile di un vecchio prototipo dell’italietta ~ postrisorgimentale diventa quasi mira­colosamente, fuori dalle logiche di un ristretto mercato editoriale, un indispen­sabile vangelo domestico per donne nubili e massaie doc.

Insomma questo grande vecchio con incallite ambizioni letterarie riesce a fis­sare, con il supporto di cucinieri toscoromagnoli e di monumentali gattoni cavia, una sorta di gastronomico Pro­messi Sposi ad usum italico. Ma rispetto al capolavoro di don Lisander l’artusia­na “Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene” paga oggi, in una critica o meglio curiosa rilettura, il suo scotto d’esordio perdendo col tempo qualsiasi prosopo­pea scientifica nella trattatistica alimen­tare, allora lodata da simpatiche cariati­di culturali come quel bizzarro e pompo­so antropologo, che risponde al nome di Paolo Mantegazza. Oggi I’ “Artusi”, no­nostante il pullulare di ristampe tipo pocket, rimane solo il piccolo capolavo­ro di un’affabile manualistica didascali­ca che ha contraddistinto il mercato editoriale dell’italia fin de siècle e dav­vero adesso fa sorridere la miopia com­merciale degli ottusi tipografi che hanno rifiutato questo aureo repertorio.

D’altronde l’ex seminarista di Bertinoro, sempre circondato dagli aromi dei colo­niali della Ditta paterna non aveva certo l’ambizione del Grande Comunicatore Nazionale, la sua era solo la scommes­sa di un pensionato con le voglie nostal­giche o meglio sperimentali di un impe­nitente ghiottone…

E così dal fatidico 1891 le ricette si snocciolano come in un prorompente breviario di proposte golose allargando a fisarmonica l’eterogeneo zibaldone di ormai antiquate formule cucinarie. Ma il vero segreto del revival del trattato cen­tenario di Artusi sulla nostra cucina “bricconcella” consiste tuttora nella straordinaria tenuta di gusto delle inos­sidabili pieghe ironiche del testo lettera­rio, che fa del nostro “umanista” di stam­po carducciano un sottile croniqueur dai gustosi e studiati risvolti ironici degni di un amabile conterraneo come Alfredo Panzini. Quindi, non è davvero il caso di attribuire forzatamente all’elaborata en­ciclopedia delle ricette artusiane il pedigree di una magna charta gastro­nomica, da rivedere oggi solo come l’atteggiamento anacronistico di uno chef gentiluomo che vuole assaporare, fuori dai binari obbligati dei ristoranti, le emo­zioni provinciali di una tavola dai sentori dì una precoce belle epoque casereccia sorseggiando sapori dall’Arno al Rubicone.

In questa mostra le “gemme” dell’Artusi, prefabbricate senza il bilancino del dietologo e le furbesche rivendicazioni di una ristorazione sempre più dietologi­ca, si possono riscontrare nelle pre­gnanti illustrazioni pittoriche di Ernesto Solari, in cui i piatti di matrice artusiana escono come da un freezer secolare, come inserti eterni e assoluti di una simbolica sarabanda dell’effimero na­zionale.

Arturo della Torre

 

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"LA SETTIMANA GASTRONOMICA ARTUSIANA COMASCA".

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Effettuata dal 23 al 30 Novembre presso il Ristorante "Al Giardino" di Como con la collaborazione di Arturo Della Torre e Franco Soldaini

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NUMEROSI ARTICOLI DI DELLA TORRE SONO STATI PUBBLICATI SULLA PROVINCIA E SUL BROLETTO DURANTE LO SVOLGIMENTO DELLE INIZIATIVE TORNA A TESTI CRITICI

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